La Galleria Vittorio Emanuele alle cinque del mattino è un posto che quasi nessuno vede. Nessun turista, nessun tavolino, nessuna voce: solo il mosaico del pavimento, le arcate e la luce che comincia a entrare dalla volta.
È lì che abbiamo fotografato questo servizio. Un abito rosso, una città vuota, e due ore prima che Milano si svegliasse.
Perché a quell’ora
Non è una scelta romantica ma pratica: è l’unico momento in cui questi luoghi sono liberi. Alle otto la Galleria è già piena, e una fotografia con venti persone alle spalle racconta il turismo, non la persona. Alle cinque il fondale è tutto tuo.
C’è anche una ragione di luce. All’alba il sole entra basso e radente, la volta filtra e restituisce un tono caldo che a mezzogiorno non esiste. Le stesse arcate, sei ore dopo, sono un’altra cosa.
La mattina, ora per ora
Sveglia alle quattro e un quarto. Alle cinque e un quarto ero sotto casa di Laura, dieci minuti dopo avevamo lasciato la macchina in piazza Diaz e alle cinque e mezza stavamo già scattando.
Eravamo passati prima dal Duomo, ma la luce non era ancora quella giusta. Così abbiamo invertito il giro: prima la Galleria Vittorio Emanuele, poi la via che scende verso piazza Cordusio — c’è uno scatto con Laura di spalle e la piazza in fondo — quindi piazza Mercanti, da dove arrivano le immagini con la cattedrale sullo sfondo, e solo alla fine il Duomo. Un percorso in senso antiorario, deciso dalla luce e non dalla comodità.
È questo il motivo per cui una seduta all’alba si prepara prima: ogni luogo ha la sua ora, e sbagliare l’ordine significa perdere la luce migliore su metà del percorso. La differenza fra un servizio riuscito e uno normale spesso è tutta qui.
Poi è avanzato tempo
In Galleria abbiamo lavorato in fretta, e alla fine ci siamo ritrovati con del tempo davanti e il sole che stava per sorgere. Così ho proposto di spostarci in piazza Gae Aulenti: a quell’ora la luce entra fra i grattacieli e i vetri la rimandano ovunque, sono riflessi che durano pochi minuti. L’ho detta come una scommessa — se funziona bene, altrimenti facciamo colazione lì.
Ha funzionato benissimo. E in mezzo c’è la fotografia che preferisco di tutta la serie, anche se non è la più bella: lei che si cambia in macchina. Aveva tolto l’abito rosso e indossava già il tubino nero, e ai piedi aveva una scarpa elegante e una da corsa — quella del Duomo e quella che stava infilando. Nessuno l’ha costruita, è semplicemente quello che succede quando una giornata cambia scenario.
Non serve saper posare, serve essere qualcosa
Laura corre. Questo ha cambiato tutto: in piazza non ho dovuto inventarle una posa, le ho chiesto di camminare e di sfilare, cose che il suo corpo sa già fare. La prima immagine dopo il cambio d’abito è lei che si scalda, con i due grattacieli ai lati — uno è la torre di Unicredit — che le fanno da cornice.
È il motivo per cui prima di ogni seduta chiedo cosa fai e cosa ti piace: chi balla si muove in un modo, chi corre in un altro, chi non fa nessuno dei due ha comunque qualcosa che le viene naturale. Il lavoro è trovare quella cosa lì, non insegnare pose.
Le fotografie


























Vuoi un servizio così
Le sedute in esterna a Milano si organizzano su misura: si sceglie insieme il luogo e l’ora, e ci si trova all’alba. Come funziona una seduta — quanto costa — scrivimi.
