È la domanda che tutte fanno, e quasi nessuno scrive
«E se poi mi vergogno?» Nelle richieste che ricevo questa domanda compare più spesso del prezzo. A volte è detta così, chiara. Più spesso è travestita: «non sono fotogenica», «magari fra qualche chilo», «non so se fa per me». È la stessa domanda, e merita una risposta scritta, non una rassicurazione di circostanza.
La risposta breve: sì, all’inizio ti vergognerai
Non ti dirò che con me la vergogna sparisce sulla soglia dello studio, perché non è vero. I primi venti minuti davanti a un obiettivo sono scomodi per chiunque, anche per chi lo fa di mestiere. Il punto non è evitare quel disagio: è sapere che dura poco, e che è già previsto nel modo in cui lavoro.
Le prime fotografie di una seduta servono a prendere confidenza, e quasi sempre si buttano. Lo so quando le scatto. Fanno parte del lavoro esattamente come l’ora di trucco: sono il tempo che serve a una persona per smettere di sentirsi osservata e cominciare a stare in un posto.
Come si scioglie, in pratica
Non chiedo mai a nessuno di «essere naturale»: nessuno ci riesce su richiesta. Funziona il contrario — dare qualcosa da fare. A Carola ho messo in mano un caffè al bancone di un bar, e le fotografie buone sono tutte successive a quel caffè. Laura è arrivata con un costume e una maschera: il travestimento le ha tolto la paura di essere guardata, e i ritratti migliori sono arrivati dopo, quando la maschera non serviva più.
Poi c’è il tempo. Una seduta dura mezza giornata proprio per questo: un’ora di trucco in cui si chiacchiera e ci si conosce, due ore di fotografia in cui c’è margine per sbagliare, provare, buttare. La vergogna non regge mezza giornata. Da qualche parte fra il primo cambio d’abito e il secondo, si dimentica.
Il corpo che vorresti nascondere
Un capitolo a parte, perché la vergogna quasi sempre ha un indirizzo preciso: un tatuaggio, una cicatrice, i fianchi, le braccia. Sara mi ha chiesto se il suo tatuaggio dava fastidio; abbiamo costruito l’intera seduta intorno a quello, ed è la cosa più sua di tutta la galleria. Quello che una persona vorrebbe togliere è spesso l’unica cosa che rende un ritratto il suo e non quello di un’altra.
E per tutto il resto c’è una regola semplice: si fotografa quello che decidi tu. Il confine lo tracci prima, a parole, e non si discute durante. Nessuno ti chiederà sul set qualcosa che non avevi già scelto a mente fredda.
E se poi le foto non mi piacciono?
Le fotografie le vedi in una galleria privata, con calma, a casa tua. Le dieci da lavorare le scegli tu, e se in galleria non ti riconosci, nessuno ti obbliga a niente. Anche questo è un pezzo della risposta alla vergogna: non c’è nessun momento in cui perdi il controllo su quello che esiste di te.
Su dove finiscono le immagini — e soprattutto dove non finiscono — c’è una pagina dedicata: che fine fanno le tue fotografie. Niente esce senza il tuo consenso scritto. Molte delle mie clienti non pubblicano nulla, e va benissimo così.
Il passo successivo
Se la vergogna è l’unica cosa che ti ferma, adesso sai che è prevista, che dura venti minuti e che il resto della seduta esiste apposta per scioglierla. Qui c’è come funziona una seduta, passo per passo, e qui quanto costa — il numero è scritto. Oppure scrivimi anche solo la domanda che ti gira in testa: rispondere alle domande fa parte del mestiere quanto fotografare.
